Sagami: dal ramen all’udon, un viaggio autentico nei sapori del Giappone a Milano

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3 Gennaio 2026

Milano, 3 gennaio 2026 – Negli ultimi anni, il volto della ristorazione orientale in città è cambiato parecchio, spinto da una richiesta sempre più forte di esperienze gastronomiche autentiche – o almeno così sembrano. Chi varca la soglia di uno dei tanti ristoranti di cucina asiatica si trova spesso davanti a uno scenario ormai familiare: spazi ampi, arredamenti che mescolano elementi dell’Estremo Oriente con tocchi occidentali, menu lunghi e un personale attento ma spesso di fretta. Eppure, dietro questa patina lucida, la realtà è ben diversa.

Il modello dei ristoranti orientali in città

Gli indirizzi dove si servono piatti orientali – con il sushi in testa, ma anche ravioli al vapore e ramen – sono soprattutto nei quartieri centrali o lungo le strade principali di Milano. In via Paolo Sarpi, nel cuore della Chinatown cittadina, già alle sette di sera si formano file ordinate. “Qui si viene più per l’atmosfera che per il cibo,” ammette Marco, studente universitario che aspetta con gli amici davanti a uno dei locali storici della zona.

Gli interni puntano tutto sull’effetto visivo: grandi lampade rosse, pareti tappezzate di bambù o drappi dorati, e qualche volta acquari illuminati con carpe koi. Non mancano le salette riservate dietro tende scure, perfette per gruppi numerosi. “Quando siamo qui sembra quasi di fare un viaggio, anche se è solo una cena,” racconta Lucia, impiegata trentenne. Un modo per evadere che va di pari passo con la voglia di assaggiare piatti esotici – o almeno così ci dicono.

Il menu: tra abbondanza e fusion

I menu sono spesso lunghi come un’enciclopedia: nigiri, uramaki, tempura, pollo alle mandorle, noodles saltati. Qualcuno osa anche con piatti thailandesi o coreani, spesso rivisitati in chiave “fusion” per andare incontro ai gusti europei. Non mancano i classici all you can eat: a pranzo costano intorno ai 15 euro; alla sera si arriva fino a 30 euro senza bevande.

Il personale è numeroso – camicie bianche e pantaloni scuri –, ma non c’è tempo da perdere: il ritmo è serrato soprattutto nei weekend quando i tavoli devono girare velocemente. “Qui si corre sempre,” confessa Ming, 27 anni e da sei in una catena del centro. In cucina lavorano squadre miste: cuochi cinesi, giapponesi e qualche italiano che si danno il cambio fianco a fianco.

Esperienza tra stereotipi e nuove tendenze

Nonostante la popolarità crescente della cucina asiatica – i dati Confcommercio Milano mostrano che i locali di questo tipo sono quasi triplicati nell’ultimo decennio –, restano alcuni stereotipi difficili da scrollarsi di dosso. Piatti adattati al gusto europeo (“la maionese sugli uramaki non esiste in Giappone”, ride Yoko, giovane chef arrivata da Osaka nel 2018), porzioni generose e presentazioni curate ma poco fedeli all’originale sono all’ordine del giorno.

Ma qualcosa sta cambiando. Negli ultimi mesi stanno nascendo piccoli bistrot che puntano su pochi piatti selezionati, con ingredienti importati e ricette più fedeli alle tradizioni d’origine. Niente insegne luminose o sale grandi da 120 coperti: si contano sulle dita di una mano in ogni quartiere. A pranzo si serve ramen bollente nelle ciotole di ceramica; alla sera rischi di non trovare posto se non prenoti in anticipo.

Clientela varia e curiosa

A chi gli chiedi perché preferisce un locale asiatico invece di un altro etnico le risposte cambiano. C’è chi cerca serate in compagnia – come i gruppi di amici del venerdì –, chi punta sulla leggerezza dei piatti a base di pesce e verdure e chi vuole semplicemente scoprire sapori nuovi. “Da quando abbiamo scoperto il sushi veniamo almeno una volta al mese,” racconta una giovane coppia fuori dal ristorante.

Anche i prezzi contano: menù fissi, offerte speciali a tempo limitato e formule per studenti (10 euro con acqua e caffè) aiutano nella scelta. Qualche critica però arriva: clienti segnalano qualità del pesce non sempre al top o attese lunghe nelle serate più piene.

Il futuro della cucina orientale a Milano

Guardando avanti sembra che l’offerta continuerà a variare ancora di più. Aumentano le aperture di piccoli locali dedicati alla cucina coreana o vietnamita; nascono collaborazioni tra chef italiani e asiatici; fioccano eventi gastronomici a tema.

Nel frattempo – tra grandi catene luminose e micro-luoghi nascosti – Milano resta un laboratorio vivace dove la cucina orientale si reinventa giorno dopo giorno. Un mosaico di gusti e suggestioni che parla molto più dei soli piatti serviti in tavola.

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