Persona compie 30 anni: come la serie ha raccontato tre decenni di storia del Giappone

Sara Gelmini

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9 Gennaio 2026

Tokyo, 9 gennaio 2026 – Questo gennaio il Giappone festeggia i trent’anni di una delle sue saghe videoludiche più importanti, Persona, che dal 1996 ha cambiato per sempre il modo in cui il mondo vede i videogiochi made in Japan. Il traguardo arriva in un momento di grande fermento per l’industria: Atlus, lo studio dietro al franchise, ha annunciato eventi e riedizioni per celebrare l’anniversario. Tra Tokyo e Osaka, fan e appassionati si ritrovano in negozi e locali dedicati per rivivere le storie dei giovani protagonisti che, a modo loro, hanno attraversato tre decenni di trasformazioni sociali e culturali.

Il debutto nel 1996 e l’impatto culturale

Nel settembre del ’96 esce il primo capitolo, Revelations: Persona. Era un Giappone che stava entrando in una nuova fase. Console come la PlayStation cominciavano a cambiare il modo di divertirsi a casa, mentre la “Lost Decade” gettava un’ombra pesante sull’immaginario collettivo. I protagonisti del gioco – studenti delle superiori con poteri psichici e misteri da svelare – rappresentavano ansie e speranze di una generazione sospesa tra tradizione e globalizzazione.

Con il passare degli anni la serie si è allargata. Prendiamo Persona 3 (2006): rispecchiava una società che usciva dalla crisi. I giovani eroi combattevano oscure minacce nelle ore notturne, mentre di giorno affrontavano problemi scolastici, amicizie complicate e scelte difficili. Il gioco univa simulazione sociale e narrazione adulta, toccando temi come la perdita e l’alienazione. Per Hideki Namba, critico videoludico di Tokyo, “Persona ha dato voce alle vere inquietudini dei ragazzi giapponesi degli anni Duemila”.

Un successo globale inatteso

Il salto fuori dal Giappone arriva con Persona 4 (2008) e soprattutto con Persona 5 (2016). Quest’ultimo ha venduto oltre 7 milioni di copie (dati Atlus aggiornati al 2025) ed è diventato un fenomeno anche in Occidente. I protagonisti – giovani ribelli contro le ingiustizie – sono stati apprezzati da pubblico e critica per lo stile visivo ispirato ai manga, la colonna sonora jazz e le riflessioni sui rapporti di potere.

Non solo videogiochi: nelle università giapponesi studiosi come la professoressa Emi Suzuki della Waseda inseriscono Persona nei corsi sull’evoluzione dei media narrativi. “Dal ’96 a oggi – spiega Suzuki – Persona riflette i cambiamenti nella famiglia, nella scuola e nel lavoro in Giappone. Le sue storie sono uno specchio fedele delle tensioni sociali del paese”.

Adolescenti sotto la maschera: uno specchio della società

Al centro della saga c’è sempre quel gruppo di adolescenti che devono “indossare una maschera”, sia letteralmente che metaforicamente, per sopravvivere in un mondo difficile. Una metafora che si è evoluta col tempo: negli anni ’90 lo scontro era spesso interiore; nel 2010 è diventato una denuncia sociale; oggi con Persona 5 Royal (2020) si parla anche di bullismo digitale e crisi climatica.

Molti fan ricordano ancora con emozione la prima volta davanti allo schermo: controllare il protagonista nel quartiere fittizio di Shibuya alle otto del mattino – pioggia battente, ombrelli colorati – prima di entrare a scuola. Può sembrare un dettaglio da poco ma per intere generazioni è stato un rito di passaggio: “Mi rivedevo in quei ragazzi timidi che cercavano il loro posto”, racconta Rina Takahashi, trentenne appassionata fin dal primo titolo.

Trent’anni di festa tra eventi e novità

Per celebrare l’anniversario Atlus ha preparato una serie di appuntamenti. Dal 15 gennaio partono concerti dedicati alle colonne sonore della saga al Tokyo Dome City Hall. In arrivo anche una raccolta rimasterizzata dei primi tre capitoli per console moderne, richiesta da tempo dai fan. Nelle librerie specializzate di Akihabara sono già andati a ruba gli artbook celebrativi pubblicati da Kadokawa Shoten.

Nei negozi spiccano vetrine a tema: maschere nere, divise scolastiche cucite su misura e gadget originali richiamano l’atmosfera unica della serie. Non mancano però le polemiche: c’è chi rimpiange i primi titoli più cupi e introspettivi e chi invece difende la svolta più action degli ultimi anni. Atlus ha commentato che “ogni Persona è figlia del suo tempo”, lasciando capire che non ci sarà un vero ritorno alle origini.

Un’eredità oltre il videogioco

In Giappone come in Europa e Stati Uniti, Persona oggi significa molto più di un semplice gioco. Ha ispirato musical teatrali, serie animate famose come Persona 4 The Animation e persino eventi tematici nei caffè di Ikebukuro. Ma soprattutto ha influenzato una generazione cresciuta con l’idea che affrontare le proprie ombre sia una tappa obbligata verso l’età adulta.

A trent’anni dalla sua prima apparizione sugli schermi CRT delle sale giochi, Persona continua a farci riflettere sul presente. Dietro quelle maschere – vere o virtuali – resta sempre quella domanda fondamentale: chi sono davvero i nostri eroi quando si spengono le luci?

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