Tokyo, 9 gennaio 2026 – La scomparsa di Béla Tarr, annunciata pochi giorni fa, ha lasciato un segno profondo anche nella comunità cinematografica giapponese. Il regista ungherese, nato nel 1955 e celebre in tutto il mondo per il suo cinema riflessivo e radicale, aveva negli ultimi anni intrecciato legami ben più stretti di quanto si immaginasse con il Giappone. Gran parte di questi rapporti si sono consolidati grazie alla sua Film Factory, la scuola fondata a Sarajevo nel 2013 che ha visto tra i suoi studenti anche diversi giovani cineasti nipponici.
Béla Tarr e l’impronta sul cinema giapponese di oggi
Nel primo decennio del nuovo millennio, Béla Tarr aveva attirato l’attenzione di registi e studenti asiatici, molti dei quali giapponesi. Erano affascinati dal suo modo rigoroso di raccontare il tempo, la storia e la luce. Alcuni di loro hanno seguito i suoi corsi alla Film Factory. Spesso li si poteva trovare in fondo all’aula: silenziosi, concentrati a riempire i taccuini mentre Tarr spiegava come erano nati film come “Satantango” o “Il cavallo di Torino”. Lo conferma Kenji Aramaki, sceneggiatore oggi a Tokyo: “In quelle lezioni ho visto il cinema cambiare direzione. Tarr ci ripeteva che senza pazienza non c’è storia – racconta – e tanti di noi hanno imparato a vedere il tempo con occhi diversi”.
Ma non si è trattato solo di insegnamento. Tarr è stato ospite più volte ai festival giapponesi, dal Tokyo International Film Festival all’Indie Forum di Osaka, dove le sue pellicole hanno raccolto un vero e proprio culto. Nel 2017, la retrospettiva a Kyoto ha fatto il tutto esaurito, con un pubblico soprattutto giovane. “Lo vedevano come un maestro zen del cinema europeo”, spiega Yuko Nishimura, curatrice dell’evento.
Un ponte tra Est e Ovest
Il legame tra Béla Tarr e gli immaginari del Sol Levante è diventato sempre più evidente. Durante le lezioni a Sarajevo – raccontano i colleghi della scuola – citava spesso autori come Akira Kurosawa e Yasujirō Ozu, mettendo in parallelo il minimalismo giapponese con le sue lunghe sequenze in piano fisso. “Il Giappone – spiegava nel 2015 a Kinema Junpo – ha una tradizione fatta di silenzio e attesa che mi sta molto vicino. In fondo, fermarsi davanti alla vita è l’inizio della narrazione”.
Alcuni ex studenti giapponesi tornati in patria hanno portato quella poetica rarefatta nei cortometraggi che ora girano nei festival locali: inquadrature dilatate, azioni ridotte al minimo, attenzione a dettagli apparentemente banali – un bicchiere sul tavolo, la pioggia che cade lentamente dietro una finestra. Elementi che critici come Motohiro Kondo riconoscono come segni distintivi del nuovo cinema d’autore giapponese.
Il ricordo dei cineasti nipponici
La notizia della morte di Béla Tarr è arrivata a Tokyo nella notte tra lunedì e martedì (ora italiana) scatenando una serie di reazioni sui social e nei circoli degli addetti ai lavori. Registi come Hiroshi Matsumoto (premio alla regia a Pusan 2024) hanno affidato ai social messaggi carichi di rispetto: “Il suo sguardo sul mondo resterà con noi”, ha scritto su X.
In mattinata l’Associazione dei Critici Cinematografici Giapponesi ha diffuso una nota ufficiale: “Con Béla Tarr se ne va un autore capace di costruire ponti silenziosi tra Europa e Asia. Molti giovani registi giapponesi gli devono più di quanto si creda”. Sulla stessa linea le parole del docente Ichiro Tanaka: “La Film Factory è stata una palestra preziosa anche per chi veniva dal Giappone: ci ha insegnato ad ascoltare le immagini”.
L’eredità che continua tra i giovani
Oggi, mentre si moltiplicano i messaggi di stima tra professionisti e studenti delle scuole di cinema, c’è già chi pensa a organizzare una rassegna dedicata nella capitale. Secondo alcune voci raccolte all’interno della Tokyo University of the Arts, nei prossimi mesi potrebbero partire workshop e retrospettive sui film più importanti dell’autore ungherese.
Nel piccolo cinema Hachimantai di Shibuya sono comparsi cartelli con una citazione scritta a mano da Tarr: “La pazienza è la prima virtù del regista”. Un omaggio semplice ma significativo, che racconta quanto il mondo cinematografico giapponese abbia recepito – e fatto proprio – il lascito del grande regista europeo. Perché quel dialogo silenzioso tra Oriente e Occidente continua ancora oggi, nel buio delle sale cinematografiche.