L’arte che guarisce: 5 consigli di benessere e creatività dal libro di Daisy Fancourt

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7 Gennaio 2026

Roma, 7 gennaio 2026 – Ieri pomeriggio, l’Istituto Superiore di Sanità si è riempito fino all’ultimo posto per la presentazione del libro di Daisy Fancourt sul legame tra cultura e salute. L’autrice, psicobiologa all’University College di Londra, ha raccontato come arte, musica, teatro e altre forme di espressione collettiva possano avere un impatto concreto sui percorsi di prevenzione e cura. Tradotto in italiano da Il Pensiero Scientifico, il volume – già molto discusso in Gran Bretagna – prova a rispondere a una domanda semplice ma ancora poco indagata: perché la cultura fa bene alla salute?

Cultura e benessere: un rapporto che si conferma

“Non è solo questione di arricchimento personale”, ha spiegato Fancourt durante l’incontro moderato da Simone Romano del Ministero della Salute. “I dati dimostrano che partecipare ad attività culturali – come concerti, laboratori di pittura o gruppi di lettura – aiuta a ridurre il rischio di depressione e migliora la risposta alle terapie riabilitative”. Il riferimento è a una vasta serie di studi. Tra questi, spicca una ricerca pubblicata su The Lancet Psychiatry nel 2019 che mostra come gli adulti sopra i 60 anni che si dedicano a eventi culturali siano meno soggetti all’isolamento sociale.

I numeri non mancano. Nel Regno Unito il programma “Arts on Prescription”, attivo dal 2017 in alcune zone, permette ai medici di prescrivere corsi artistici o attività creative insieme alle terapie tradizionali. Secondo i dati raccolti dall’NHS, nel biennio 2022-2024 chi ha partecipato a queste iniziative ha ridotto del 30% le richieste di consulti psicologici e ha avuto meno ricadute nei disturbi dell’umore.

Dalla teoria alla realtà: esperienze sul campo

Anche in Italia qualcosa si muove. A Torino, ad esempio, l’ASL Città della Salute da un anno porta avanti il progetto “Musei per la mente”, che offre ingressi gratuiti e visite guidate nei musei principali per chi segue servizi di salute mentale. “I miglioramenti sono evidenti – racconta Maria Teresa Ghislieri, responsabile dell’iniziativa – dopo qualche settimana i pazienti mostrano più socialità e autostima”.

A Bari c’è una sperimentazione simile: l’associazione “Teatro senza barriere” collabora con il Dipartimento di Psichiatria dell’università locale per mettere in scena spettacoli scritti e interpretati da persone con disagio psichico. I dati sono ancora preliminari ma i coordinatori assicurano che “il tasso di abbandono delle terapie si è quasi dimezzato nei primi sei mesi”.

Dubbi e resistenze: una sfida anche culturale

Non mancano però le riserve. Alcuni operatori sanitari presenti al dibattito hanno espresso scetticismo sull’efficacia generale degli approcci non farmacologici. “Non possiamo pensare che visitare una mostra possa risolvere una depressione grave”, ha puntualizzato il dottor Luca Amodio, psichiatra romano. Ma proprio Fancourt invita a cambiare prospettiva: “Non vogliamo sostituire la medicina tradizionale, ma affiancarla con strumenti nuovi, spesso sottovalutati”.

Secondo l’autrice molte resistenze nascono da barriere culturali profonde. “Nei paesi nordici o in Canada”, ha aggiunto, “la collaborazione tra servizi sanitari e istituzioni artistiche è più consolidata”. In Italia si stanno facendo passi avanti, ma dimostrare con numeri precisi l’impatto della cultura sulla salute pubblica resta difficile.

Quale futuro? Le richieste per il sistema sanitario

E adesso? Per Fancourt servono investimenti mirati e uno sguardo lungo. Non bastano progetti isolati: bisogna costruire reti stabili tra ospedali, associazioni culturali e scuole. L’auspicio è che le raccomandazioni dell’OMS del 2022 sulla promozione della cultura nelle terapie trovino finalmente spazio anche qui da noi.

Un segnale arriva dal Lazio: da marzo partirà una sperimentazione con oltre 500 pazienti cronici coinvolti in laboratori musicali negli spazi dell’ASL Roma 1. Un modo concreto per capire se la cultura può diventare davvero parte integrante – non solo un’aggiunta – della salute pubblica.

“La vera sfida”, ha chiuso Fancourt prima di lasciare la sala, “è far capire a tutti che il benessere si costruisce anche fuori dagli ambulatori”. Un messaggio destinato a far discutere ancora nei prossimi mesi.

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