Italia sorpassa il Giappone e diventa quarta potenza globale: il boom che scuote i social

Sara Gelmini

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4 Gennaio 2026

Milano, 4 gennaio 2026 – In dieci anni l’Italia è passata dalla settima alla quarta posizione tra le grandi potenze economiche mondiali. Un balzo che ha riacceso il dibattito a Bruxelles e nelle aziende lombarde sulla tenuta dell’euro e sull’urgenza di mettere in campo una vera difesa per l’industria europea. A fornire questa fotografia aggiornata sono i dati diffusi ieri dall’International Monetary Fund (IMF), in parte confermati dal Ministero dell’Economia italiano. Numeri e grafici che hanno acceso le discussioni tra economisti e politici da Roma fino a Berlino.

Italia quarto gigante economico: numeri e reazioni

Dieci anni fa, nel 2016, l’Italia era ancora settima nella classifica mondiale del prodotto interno lordo (PIL), dietro colossi come USA, Cina, Giappone, Germania, India e Regno Unito. Oggi, secondo il rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale, il nostro Paese ha superato India, Regno Unito e anche – di poco – il Giappone, con un PIL che ha raggiunto i 3.130 miliardi di dollari nel 2025. Un risultato che ha sorpreso più di qualcuno anche all’interno dei nostri confini. “Abbiamo puntato su export, innovazione e filiere produttive”, ha detto ieri sera al Tg1 il ministro dell’Economia Luigi Broggi, ma ha subito aggiunto con prudenza: “Il quadro internazionale resta fragile”.

Sul piano politico questo sorpasso riapre la questione della forza dell’euro nei mercati globali e delle strategie europee per rispondere ai giganti asiatici e americani. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha commentato: “È la dimostrazione che investire nell’industria comune dà risultati. Ma serve uno scudo industriale europeo più solido”. Parole riprese da diversi leader italiani: “Il sistema manifatturiero italiano tiene molto bene”, ha detto Carlo Bonomi, presidente di Confindustria.

Euro e industria: tra forza e fragilità

Il successo italiano riporta sotto i riflettori la tenuta dell’eurozona, in un momento segnato da crisi geopolitiche e tensioni commerciali nel mondo. Negli ultimi due anni la valuta unica si è mantenuta abbastanza stabile rispetto a dollaro e yuan, pur attraversando alti e bassi dovuti ai rincari energetici e ai problemi nei Paesi emergenti. Secondo gli analisti della Banca d’Italia, il rialzo del PIL è stato sostenuto dal buon andamento di settori chiave come l’automotive e l’agroalimentare, pilastri storici del Made in Italy.

Non mancano però voci fuori dal coro. Dalla Deutsche Bank di Francoforte arriva un invito alla cautela: “La crescita italiana è ancora fragile davanti agli shock internazionali”, avverte l’economista Hans Keller. Paradossalmente proprio le tensioni tra Cina e Stati Uniti, con le conseguenti riorganizzazioni delle catene produttive, hanno aiutato alcuni distretti italiani a riconquistare quote di mercato perse negli anni scorsi.

Le sfide sul tavolo: investimenti, transizione verde e giovani

Nonostante i segnali positivi – che fanno da sfondo alle discussioni tra governo e sindacati – restano diversi nodi da sciogliere. Il tema degli investimenti in ricerca e sviluppo, mai risolto davvero in Italia, torna al centro delle critiche internazionali: secondo l’Ocse il nostro paese mette sul piatto solo l’1,5% del PIL contro una media europea del 2%. La transizione verde richiede ancora uno sforzo maggiore: “L’industria italiana può fare molto meglio sul fronte della sostenibilità ambientale”, ha ammesso al Sole 24 Ore la presidente di Legambiente, Stefania Piccinini.

E poi ci sono i giovani. L’aumento dell’occupazione resta disomogeneo, soprattutto nel Sud Italia. Solo ieri pomeriggio a Napoli un gruppo di studenti universitari ha distribuito volantini davanti alla facoltà di Economia con scritto: “I numeri non bastano se manca lavoro stabile”. Il governo assicura che presto arriveranno nuove misure per aiutare i giovani ad entrare nel mercato del lavoro.

Europa chiamata a rispondere nella partita globale

In questo scenario resta aperta una domanda chiave: la crescita italiana è un caso isolato o il segnale che l’industria europea può tornare protagonista nello scontro globale? A Bruxelles si discute da settimane su nuove mosse per rafforzare le filiere europee e proteggere le imprese strategiche dalla concorrenza extra-UE. Solo ieri pomeriggio il commissario al Mercato Interno, Thierry Breton, ha ribadito: “Il momento è delicato. L’Europa deve restare unita”.

Nei corridoi del Ministero dell’Economia in via XX Settembre si respira questa stessa tensione: il vero banco di prova arriverà nei prossimi mesi. Tra nuovi scenari incerti sui mercati mondiali e tentativi di rilanciare l’industria europea, la scalata italiana fa discutere – ed è solo all’inizio.

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