Tokyo, 8 gennaio 2026 – Il Governo giapponese ha annunciato oggi un nuovo piano nazionale per tagliare del 25% gli sprechi di abbigliamento entro il 2030, rispetto al 2020. L’obiettivo, spiegato dal ministero dell’Ambiente durante la conferenza stampa di stamattina nella sede di Kasumigaseki, è fermare l’impatto crescente del settore tessile sull’ambiente. Secondo le Nazioni Unite, questo settore è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di anidride carbonica.
Il settore tessile giapponese sotto la lente
Il Ministero dell’Ambiente giapponese ha reso noti i dati: solo nel 2020 sono state buttate circa 800 mila tonnellate di abiti usati, con quasi il 70% finito in discarica o bruciato. Il boom del fast fashion e la facilità di comprare capi a poco prezzo hanno accelerato il ricambio dei guardaroba e creato una vera emergenza rifiuti. “Il settore moda pesa sull’ambiente più di quanto possiamo permetterci,” ha detto la ministra Shintani Mieko nel briefing mattutino. Per questo, ha aggiunto, serve un cambiamento che coinvolga produttori e consumatori: “Dobbiamo puntare a comportamenti più responsabili da entrambe le parti”.
Le mosse del piano: riciclo e incentivi
Il piano d’azione mette sul tavolo misure concrete. Si prevede di aumentare i punti di raccolta degli abiti usati soprattutto nei quartieri commerciali delle grandi città come Tokyo, Osaka e Nagoya. Si punta anche a lavorare più a stretto contatto con le catene nazionali principali — Uniqlo, GU e Shimamura su tutte. Oltre a questo, verranno dati incentivi alle aziende che investono in filiere circolari e materiali riciclati. “Vogliamo aiutare le imprese a trasformare i loro processi produttivi, premiando chi sceglie tessuti sostenibili o sistemi avanzati di riciclo,” ha detto Satoshi Nomura, funzionario del ministero. Gli incentivi varieranno in base alla quantità di materiali riciclati usati.
Numeri che fanno riflettere
Nel 2023, secondo la Japan Sustainable Fashion Alliance, il Giappone ha importato più di 2,5 milioni di tonnellate di prodotti tessili, con una spesa media annua pro capite che sfiora i 36 mila yen (poco più di 220 euro) per vestiti nuovi. Il vero problema è lo smaltimento: meno del 30% degli abiti viene riutilizzato o trasformato in nuova materia prima. Il resto finisce in discariche o inceneritori urbani, con pesanti conseguenze sull’aria e sulle emissioni di gas serra, come sottolineano diverse associazioni ambientaliste.
Reazioni contrastanti tra gli addetti ai lavori
Gli operatori hanno accolto il piano con un cauto ottimismo. Yasuko Kawabata, responsabile comunicazione di Uniqlo, ha sottolineato che “ridurre gli sprechi è fondamentale,” ma ha avvertito che “il successo dipenderà molto dalla collaborazione dei consumatori: cambiare abitudini non è una cosa da poco.” Dello stesso avviso la ONG Recycle Nippon, attiva da anni con campagne nelle scuole di Saitama e Chiba: “L’interesse cresce ma serve ancora molta strada da fare. Occorrono messaggi chiari e iniziative concrete per vedere davvero i risultati.”
La sfida globale e le scadenze giapponesi
A livello internazionale il Giappone si allinea alle altre grandi economie che stanno affrontando il tema della moda sostenibile. In Europa l’Unione Europea punta a introdurre regole obbligatorie per la produzione tessile entro il 2030; negli Stati Uniti si lavora su sistemi più trasparenti di etichettatura dei prodotti. Qui in Giappone la prima scadenza è fissata al 2028: entro quell’anno si dovrà arrivare almeno a metà del traguardo.
Fonti vicine al governo confermano che sarà istituito un osservatorio nazionale sulla sostenibilità tessile, con report semestrali pubblicati online per monitorare i progressi.
Verso una moda meno pesante sull’ambiente
Resta però aperto il fronte della sensibilizzazione pubblica. Nei prossimi mesi sono previste campagne tv e social per spingere al riuso creativo degli abiti e alla donazione dei capi inutilizzati. Non mancheranno eventi nei centri commerciali: laboratori per riparare vecchi vestiti e punti informativi gestiti da volontari.
La strada verso una vera moda circolare è lunga — ammettono al ministero — ma il Giappone sembra intenzionato a ridurre concretamente lo spreco, spinto dall’urgenza ambientale e dalla crescente attenzione dell’opinione pubblica interna.