Tokyo, 11 gennaio 2026 – Il Giappone si prepara a lanciare domenica prossima il primo tentativo al mondo di estrarre terre rare dalle profondità dell’oceano Pacifico, a più di 6.000 metri sotto la superficie. Il progetto si svolgerà nelle acque al largo di Minamitorishima e rappresenta una svolta importante per Tokyo, che punta così a limitare la sua dipendenza dalla Cina per minerali strategici. Da tempo il governo giapponese cerca vie alternative alla forte presenza cinese sul mercato globale delle terre rare, materiali fondamentali per l’elettronica, le energie rinnovabili e la difesa.
Terre rare dal fondo dell’oceano: una sfida senza precedenti
La nave da ricerca Chikyu, ha fatto sapere il Ministero dell’Economia, Commercio e Industria giapponese, inizierà le operazioni alle prime luci del mattino, intorno alle 5:30 ora locale. Il punto scelto si trova a oltre 1.800 chilometri a sud-est di Tokyo, in un’area remota e poco frequentata dell’oceano. Gli esperti spiegano che lì sono stati già individuati noduli ricchi di lantanio, scandio, ittrio e neodimio, tra i minerali strategici più preziosi.
Non sarà un lavoro facile. Le apparecchiature dovranno raggiungere il fondo per prelevare i primi campioni di sabbia e fango. “È una sfida tecnica senza precedenti, sia per la profondità sia per la pressione estrema che i macchinari dovranno sopportare”, ha ammesso il responsabile del progetto alla Japan Oil, Gas and Metals National Corporation (JOGMEC).
La Cina nel mirino: dipendenza da spezzare
Oggi la Cina domina circa il 70% della produzione mondiale di terre rare. Questo monopolio ha spinto molti Paesi a cercare alternative. Per Tokyo la questione si è fatta urgente soprattutto nel 2010, quando Pechino ha limitato drasticamente le esportazioni verso il Giappone in seguito a uno scontro diplomatico sulle isole Senkaku. Da allora si moltiplicano gli sforzi per diversificare le fonti. “Il rischio di restare senza forniture non è ipotetico”, ha sottolineato Yoshihiro Yamaguchi, docente di economia delle risorse alla Waseda University.
Il test in mare aperto va ben oltre la tecnologia o l’economia: è anche un segnale politico forte. L’annuncio ufficiale ha attirato l’attenzione dei media internazionali e degli analisti, che vedono nella mossa un tentativo di ridurre il potere negoziale di Pechino.
Ambiente e costi: i nodi da sciogliere
Non mancano però dubbi sul fronte ambientale. Gruppi ecologisti giapponesi e internazionali mettono in guardia sulla sostenibilità di estrarre risorse da fondali così profondi. “Non sappiamo quali effetti avrà sugli ecosistemi abissali”, avverte Midori Okamoto di Greenpeace Japan. “Serve molta cautela”. Il governo nipponico assicura che questa è solo una fase sperimentale e che verranno fatti studi approfonditi sull’ambiente prima di procedere.
Sul versante economico l’investimento è importante: oltre 40 milioni di dollari solo per questa prima fase tra trasporto, ricerca e sicurezza. Ma il potenziale ritorno è grande: gli esperti stimano che sotto le acque giapponesi ci siano riserve in grado di coprire il fabbisogno nazionale per anni.
Il futuro dell’estrazione e uno sguardo globale
I dati raccolti nelle settimane successive determineranno se si potrà passare a un’estrazione su scala industriale. Se tutto andrà bene, il Giappone potrebbe essere il primo Paese al mondo a sfruttare regolarmente terre rare dal fondo del mare, cambiando gli equilibri del settore.
Ma non è solo un affare giapponese. Stati Uniti e Unione Europea seguono con attenzione i risultati della missione: anche loro devono affrontare problemi simili nelle catene d’approvvigionamento tecnologiche. Non a caso lo scorso novembre Bruxelles e Washington hanno annunciato progetti pilota per esplorare risorse sottomarine nei loro mari.
Resta aperto però un grande interrogativo – sollevato anche da molti osservatori giapponesi – su chi controllerà le regole internazionali in queste acque profonde e chi interverrà in caso di incidenti o controversie ambientali. Per ora in Giappone si va piano: “È solo un primo passo”, ha detto un funzionario coinvolto nel progetto, “ma sappiamo che la partita vera deve ancora cominciare”.