Tokyo, 12 gennaio 2026 – Il governo giapponese ha dato il via, nelle acque davanti alla prefettura di Okinawa, alle prime operazioni di estrazione di terre rare dai fondali oceanici. Un passo che potrebbe cambiare gli equilibri globali nell’approvvigionamento di materie prime strategiche. Il progetto, partito questa settimana dopo anni di studi preliminari condotti dall’agenzia statale JOGMEC e da alcune università nazionali, punta a diminuire la dipendenza del Giappone dalle forniture estere, soprattutto dalla Cina, attuale leader mondiale del settore.
Terre rare: la nuova sfida del Giappone
Il campo d’azione si trova a circa 250 chilometri a sud-est dell’isola principale di Okinawa, un’area già studiata dal 2017. Gli specialisti della Japan Oil, Gas and Metals National Corporation (JOGMEC) lavorano insieme ai ricercatori dell’Università di Tokyo e di Tohoku. I robot subacquei calati nelle prime ore del mattino raccolgono sedimenti da oltre 5.000 metri di profondità. Questa operazione nasce in risposta alla crescente richiesta mondiale di terre rare, materiali fondamentali per batterie, turbine eoliche, smartphone e auto elettriche.
“Non è un’impresa semplice né veloce”, ha detto il professor Shunichiro Aoyama, geologo marino coinvolto nel progetto. “Ci vorrà tempo per valutare l’effettivo impatto sull’ambiente e capire se i metodi usati saranno sostenibili”. Ad oggi, solo pochi Paesi nel mondo si sono spinti fino a tentare estrazioni dai fondali marini: il Giappone vuole ridurre questo divario.
La dipendenza dalla Cina pesa ancora
Negli ultimi anni la pressione internazionale sulla Cina per avere accesso alle terre rare è aumentata. Secondo l’US Geological Survey, Pechino controlla quasi il 70% della produzione globale. Per Tokyo — che importa oltre l’80% delle terre rare proprio dalla Cina — la questione è una vera e propria priorità strategica. Lo ha ribadito più volte anche il ministro dell’Economia Ken Saito in recenti interventi pubblici.
Solo con una maggiore autonomia — ha lasciato intendere il governo — sarà possibile parlare di indipendenza tecnologica in settori chiave come elettronica, automotive e energie rinnovabili. Ma non mancano le critiche: alcuni gruppi ambientalisti locali temono danni all’ecosistema marino e chiedono controlli più rigorosi e studi approfonditi sugli impatti.
Tecnologia avanzata ma dubbi ambientali restano
Le operazioni attuali si basano su una piattaforma semi-sommergibile chiamata “Shinkai 8000”, dotata di bracci robotici e sistemi per raccogliere selettivamente i materiali. Gli ingegneri giapponesi cercano di ridurre al minimo la dispersione di fanghi e metalli pesanti nell’acqua circostante. Ma, come spiegano gli scienziati dell’Università di Tokyo, i rischi a lungo termine non sono ancora chiari. “La biodiversità nelle profondità marine è poco conosciuta — avverte la biologa Emi Tanaka — serve molta prudenza”.
L’interesse verso queste risorse non nasce dal nulla: già nel 2021 JOGMEC aveva effettuato test pilota raccogliendo piccole quantità di metalli rari come disprosio e neodimio con concentrazioni superiori alla media internazionale. “Le stime indicano depositi che potrebbero coprire la domanda nazionale per decenni”, rivela un tecnico del consorzio che preferisce rimanere anonimo.
Mercati in fermento
L’avvio delle estrazioni ha subito scosso i mercati asiatici. Le grandi aziende hi-tech giapponesi — da Hitachi a Panasonic — osservano con attenzione possibili effetti su prezzi e catene di approvvigionamento. In Borsa i titoli legati all’elettronica hanno mostrato subito movimenti significativi nelle prime ore della giornata. Alcuni analisti a Tokyo parlano anche di possibili ripercussioni nelle trattative commerciali con Stati Uniti ed Europa.
Il costo dell’operazione resta una sfida: scavare a queste profondità richiede tecnologie sofisticate e una gestione molto accurata delle acque profonde. “Se l’investimento sarà sostenibile lo sapremo solo tra qualche anno”, commenta Kazuo Furuhashi, consulente industriale. Però il messaggio politico è chiaro: il Giappone punta a ritagliarsi un ruolo più forte nel mercato globale delle materie prime critiche, puntando sull’innovazione nazionale.
Guardando al futuro
Secondo alcune stime riportate dalla stampa specializzata giapponese, le prime quantità commercializzabili potrebbero arrivare già entro il 2028. Rimangono però aperte molte incognite sull’impatto ambientale e sulla convenienza economica: costi alti e infrastrutture necessarie limiteranno la velocità della svolta. Sullo sfondo c’è una competizione globale sempre più serrata: il Giappone in prima linea ma con molte domande ancora aperte sul tavolo.
Saranno gli anni a venire a dire se questa corsa ai fondali oceanici sarà davvero una svolta per l’industria delle terre rare o se invece si infrangerà contro limiti ancora poco conosciuti dagli stessi ricercatori.