Tokyo, 2 gennaio 2026 – Il Governo giapponese ha svelato oggi, durante una conferenza stampa al Ministero dell’Economia, Commercio e Industria, il nuovo piano energetico nazionale che guarda al 2040. L’obiettivo è chiaro: rafforzare la sicurezza energetica e tagliare le emissioni di CO₂. A presentare la strategia, alle 11 del mattino nella sede di Kasumigaseki, è stato il ministro Ken Saito. Tre sono i cardini su cui si poggia il progetto: le rinnovabili, un ritorno misurato al nucleare e lo sviluppo delle tecnologie legate all’idrogeno. Dietro questa scelta c’è la necessità – ha detto lo stesso Saito – “di non dipendere più in modo esagerato dalle importazioni di combustibili fossili”, ma anche la spinta internazionale a puntare su fonti più pulite.
Transizione energetica: Tokyo tra sfide e ambizioni
Approvato poche ore prima dal consiglio dei ministri, il piano fissa un obiettivo netto: entro il 2040 almeno il 60% dell’elettricità dovrà arrivare da fonti rinnovabili o a basse emissioni. Oggi, secondo l’Agenzia giapponese per le risorse naturali e l’energia (ANRE), le rinnovabili coprono circa il 24% della domanda elettrica, mentre il nucleare si ferma intorno al 6%. Al termine della presentazione, Saito ha ammesso che “non sarà una strada facile”, ricordando l’incidente di Fukushima del 2011. Ma ha anche sottolineato come “il quadro internazionale sia cambiato” e come i rischi legati alla dipendenza da gas e petrolio siano ormai evidenti a tutti.
Nei prossimi quattordici anni il governo punta a quadruplicare la produzione da solare ed eolico, spingendo soprattutto sugli impianti offshore nelle acque del Mar del Giappone e del Pacifico. Contemporaneamente, verranno stanziati fondi per batterie di accumulo e reti intelligenti. Secondo un dirigente di TEPCO, la più grande utility nazionale, questi investimenti sono cruciali per “gestire le oscillazioni delle fonti verdi e garantire stabilità ai consumatori”.
Nucleare: tra sicurezza e ricordi difficili
Il tema del nucleare resta caldo e divisivo in Giappone. Il documento governativo — lungo 160 pagine — prevede che una ventina di reattori attuali verranno riattivati gradualmente dopo controlli approfonditi e consultazioni con le comunità locali. È inoltre prevista la costruzione di nuovi reattori di ultima generazione, più compatti e con sistemi di sicurezza passiva.
In città come Sendai e Mihama si moltiplicano assemblee pubbliche con opinioni contrastanti: sostegno cauto soprattutto da parte delle industrie energivore contro proteste di associazioni ambientaliste. “Non possiamo dimenticare cosa è successo nel 2011”, ha ricordato ieri sera in tv la portavoce della Rete No-Nukes Tokyo. Il ministro Saito ha però ribadito la necessità di “un approccio pragmatico: sicurezza prima di tutto, senza pregiudizi ideologici”.
Idrogeno: una scommessa su partnership e investimenti
Terzo pilastro della strategia è lo sviluppo dell’industria dell’idrogeno, con l’obiettivo di fare di Tokyo il leader asiatico nel settore entro dieci anni. Il piano prevede che già entro il 2030 saranno operativi i primi grandi impianti per elettrolisi alimentati da fonti rinnovabili nelle prefetture di Fukushima e Hokkaido. Diverse iniziative pilota, alcune in collaborazione con aziende europee e australiane, puntano alla produzione, allo stoccaggio e al trasporto su larga scala dell’idrogeno verde.
“Investiamo in tutte le fasi — dalla ricerca agli impianti fino alle infrastrutture logistiche”, ha spiegato Takashi Yamaguchi, amministratore delegato di JERA (consorzio formato da TEPCO e Chubu Electric). Secondo i dati ministeriali diffusi oggi, l’idrogeno potrebbe coprire tra il 10% e il 15% del fabbisogno energetico giapponese entro il 2040.
Reazioni dal mondo e ricadute sull’economia
La nuova strategia energetica giapponese è stata accolta con interesse dai partner internazionali. Fonti europee hanno parlato questa mattina di “un segnale positivo per la decarbonizzazione globale”, mentre dalla Corea del Sud sono arrivate osservazioni più caute sul ritorno al nucleare. In patria, le principali associazioni industriali hanno dato il loro sostegno al piano; qualche voce ambientalista invece critica la scelta nucleare definendola “un passo indietro rispetto alle energie pulite”.
Il ministero prevede investimenti pubblici e privati per circa 200 miliardi di dollari nei prossimi quindici anni. Tra gli effetti attesi c’è anche una crescita dell’occupazione nei settori delle rinnovabili e dell’idrogeno. Restano però interrogativi sulle tempistiche reali dei progetti e sulla partecipazione delle comunità locali nelle decisioni.
Sfide aperte: cosa ci aspetta fino al 2040
Questo piano segna — come sottolinea lo stesso premier Fumio Kishida — “una svolta necessaria per il futuro del paese”. Ma la strada resta lunga. Saranno decisivi gli incentivi alle imprese, la rapidità delle autorizzazioni e soprattutto la fiducia della gente comune. Solo allora si capirà se il Giappone riuscirà davvero a trovare un equilibrio tra sicurezza, indipendenza energetica ed emissioni zero nel prossimo quindicennio. E se quanto promesso oggi diventerà realtà nelle case della gente — dalle grandi città affollate ai piccoli villaggi sulla costa dimenticati dal tempo.