Giappone 2026: Tassi in rialzo e cambio debole, la difficile scelta per l’economia nazionale

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3 Gennaio 2026

Tokyo, 3 gennaio 2026 – Il Giappone inizia il 2026 sotto i riflettori dei mercati. Da un lato, i rendimenti dei titoli di Stato sono ai livelli più alti dagli anni Novanta. Dall’altro, uno yen debole che sta mettendo in allarme esportatori, investitori e cittadini comuni. Secondo gli analisti sentiti nelle ultime ore da Bloomberg e Nikkei, questa situazione non potrà durare a lungo senza ripercussioni sulle mosse della Banca centrale e del governo.

Manovra a senso unico? I segnali preoccupano

Nei primi scambi del nuovo anno la tensione si è fatta sentire subito. Il decennale giapponese, indicatore seguito da banche grandi e piccoli risparmiatori, ha superato l’1,1%. È il livello più alto dal 2012 e, guardando più lontano, bisogna tornare al 1997 per trovare tassi simili. Gli operatori spiegano questo aumento con l’attesa (a tratti quasi rassegnata, come ha ammesso un gestore a Tokyo alle 9:30 di questa mattina) di un ritorno alla normalità nella politica monetaria. “Se i rendimenti salgono, la Banca centrale non può stare ferma per molto”, ha detto Tetsuya Inoue, economista del Canon Institute.

Eppure lo yen resta debole. Nella mattinata del 3 gennaio il cambio dollaro/yen si è mantenuto sopra quota 151, un livello raggiunto solo due volte negli ultimi trent’anni. Secondo una nota della Mizuho Bank, la pressione sullo yen deriva dal differenziale tra i tassi giapponesi e quelli di Stati Uniti ed Europa. La banca nipponica ha spiegato in una call alle 8:45 ora locale che “gli investitori preferiscono tenere posizioni in dollari finché le incognite sul Giappone non si chiariscono”.

Crescita e inflazione: due fronti difficili da gestire

Gli esperti internazionali dicono che lo scenario attuale si è formato nell’ultimo anno. Dopo anni di tassi bassi e politiche ultra-accomodanti, nel 2025 la Banca del Giappone guidata da Kazuo Ueda ha cominciato a rivedere alcune delle sue misure di stimolo più note. Non si poteva più ignorare l’inflazione, che per buona parte dell’anno scorso ha sfiorato il 3% (dati ufficiali del ministero delle Finanze).

Il risultato è stato duplice: le grandi aziende esportatrici come Toyota e Sony hanno beneficiato di uno yen debole che spinge le vendite all’estero. Ma per le famiglie giapponesi il costo dei beni importati – carburanti, alimentari ed elettronica – è cresciuto parecchio. “Ci sono scaffali vuoti anche nei quartieri centrali”, racconta Yuko Matsuda da Shibuya, riferendo della corsa ai supermercati nell’ultima settimana dell’anno.

Banca centrale sotto pressione

In questo contesto, molti economisti ritengono che il Giappone dovrà presto scegliere quale problema affrontare per primo. “O accetta un’inflazione più alta insieme a uno yen debole oppure alza i tassi ma rischia di frenare la crescita”, spiega Takahide Kiuchi, ex membro del consiglio della Banca centrale. Un dilemma noto: già in autunno Ueda aveva detto chiaramente che lo spazio per manovrare resta “limitato” a causa dei rischi per la stabilità finanziaria.

Il governo guidato da Fumio Kishida finora non ha annunciato nuove misure. Intanto la tensione sui mercati resta forte: nel primo pomeriggio la Borsa di Tokyo ha mostrato forti oscillazioni sull’indice Nikkei, con particolare impatto sui titoli bancari e assicurativi.

Impatto oltreconfine

Le turbolenze giapponesi si fanno sentire anche fuori dai confini nazionali. Uno yen debole favorisce le esportazioni ma crea tensioni con partner come Stati Uniti ed Europa. Il Tesoro americano ha fatto sapere che “seguirà da vicino ogni possibile intervento sul cambio”, ricordando quando nel 2022 Tokyo dovette vendere dollari per sostenere la propria valuta.

Nel frattempo le agenzie di rating mantengono alta l’attenzione. Moody’s ha confermato questa settimana che la solidità del debito giapponese resta sotto osservazione: “Se i tassi rimangono alti troppo a lungo, il costo per finanziare il debito potrebbe diventare insostenibile”.

Futuro incerto

Gli operatori restano divisi sulle prospettive dei prossimi mesi. C’è chi spera in una stabilizzazione grazie alla crescita delle esportazioni; altri temono un calo dei consumi interni e una perdita di fiducia tra i risparmiatori giapponesi. Intorno alle 16:00 ora locale, le principali banche d’affari parlavano di “un equilibrio fragile”, sottolineando che il Giappone non potrà controllare a lungo sia tassi sia cambio senza cedere su uno dei due fronti.

Al momento la direzione resta incerta: solo i prossimi dati macroeconomici – attesi nella prima metà di gennaio – potranno chiarire se Tokyo riuscirà a uscire dall’impasse o dovrà prendere decisioni difficili nei mesi appena iniziati.

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