Milano, 11 gennaio 2026 – Non vede i suoi figli da più di due mesi. Quella che nasce come una vicenda personale sta diventando un caso legale dalle molte sfumature. È la storia di Andrea Rossi, docente universitario milanese di 40 anni, che dal 31 ottobre non ha più notizie dei suoi due bambini, di cinque e otto anni. Tutto è cominciato quando la moglie, una cittadina giapponese, ha lasciato la casa familiare portandoli con sé. Una situazione che si muove tra Milano e il Giappone, coinvolgendo consolati e avvocati, senza finora trovare una via d’uscita.
L’allontanamento improvviso e i primi tentativi di dialogo
La mattina del 31 ottobre, raccontano i vicini in via Monte Rosa – una zona tranquilla, piena di famiglie –, si è notata un po’ di confusione: valigie trascinate sul pianerottolo, voci sussurrate. “Sembrava fosse tutto all’improvviso”, dice la signora Raffaella, che abita nello stesso palazzo. Poche ore dopo, Andrea Rossi torna a casa e trova tutto vuoto: le camere dei figli sono sgombre e i cellulari spenti. Prova a chiamare e mandare messaggi alla moglie ma non riceve risposta.
Dopo ore di tentativi senza esito, Rossi chiama la polizia per denunciare l’accaduto. “Ho spiegato quello che stava succedendo – racconta il docente – gli agenti mi hanno ascoltato con attenzione ma mi hanno consigliato di aspettare qualche ora, sperando fosse solo un malinteso o un allontanamento momentaneo”. Solo quando è passato del tempo senza notizie e senza riuscire a risolvere la situazione in famiglia è partita la procedura legale.
Il coinvolgimento delle autorità italiane e giapponesi
Fonti vicine al consolato giapponese di Milano confermano che la signora Yuki Sato ha lasciato l’Italia con i bambini nei primi giorni di novembre. Un viaggio preparato in silenzio, senza avvertire né il marito né le scuole frequentate dai piccoli, che risultano assenti “per motivi familiari” fin dal giorno dopo la partenza. Interpellati da alanews.it, dal consolato hanno risposto: “Seguiamo la situazione con grande attenzione, rispettando le norme internazionali”.
Il caso – non raro secondo alcuni esperti in diritto di famiglia – riguarda la Convenzione dell’Aja sul rapimento internazionale dei minori, firmata sia dall’Italia sia dal Giappone. Un iter complicato e lento, come spiega l’avvocato Francesca De Luca: “Senza provvedimenti specifici del giudice e considerata la precedente residenza italiana dei bambini, ora bisognerà avviare procedure internazionali per avere risposte ufficiali”.
Un padre sospeso nell’incertezza
Nel frattempo Andrea Rossi continua tra colloqui con avvocati e visite in tribunale civile. “Mi sento completamente impotente”, confida al telefono nel tardo pomeriggio. Ogni giorno si sveglia sperando in una chiamata o anche solo in un messaggio che lo rassicuri sullo stato dei suoi figli. Finora niente. Ha scritto una lettera aperta su gruppi Facebook di italiani in Giappone: poche risposte concrete ma molta solidarietà.
Fonti interne al tribunale minorile milanese spiegano che il giudice ha già richiesto dettagli sulla vita quotidiana dei bambini, gli ultimi mesi insieme e lo stato della famiglia prima dell’allontanamento. È un procedimento pensato per ricostruire i fatti nel modo più chiaro possibile, senza pregiudizi legati alla nazionalità.
La dimensione sociale del fenomeno
Non è un episodio isolato quello che vede coinvolte coppie miste tra Italia e Giappone. L’avvocato De Luca racconta che negli ultimi tre anni sono stati segnalati almeno 14 casi simili solo nel Nord Italia: “I tempi della giustizia internazionale sono lunghi, spesso superano i sei mesi. Nel frattempo i genitori rimasti qui vivono nell’incertezza più totale”.
La vicenda mette in luce anche le difficoltà pratiche per i bambini: cambiare scuola in Giappone, affrontare una nuova lingua e perdere le abitudini conosciute fino a poco prima. “Chiediamo solo un modo per comunicare”, ripete Rossi con forza. La sua priorità resta avere aggiornamenti diretti sul benessere dei figli, ben prima di affrontare il tema della custodia.
Mercoledì 10 gennaio sera, dalla finestra dello studio dove lavora fino a tardi, Andrea guarda le luci della città. Sul tavolo ci sono fotografie ingiallite dei bambini e qualche giocattolo dimenticato lì per caso. “Non voglio fare accuse – dice –, vorrei solo sapere se stanno bene”. Un desiderio semplice che ora si scontra con il complicato intreccio delle norme internazionali e delle emozioni umane.