Milano, 12 gennaio 2026 – Nonostante le guerre in corso e le tensioni sui mercati mondiali, l’export italiano continua a correre. L’ultimo rapporto dell’Istat prevede per il 2026 un aumento dell’1,6% nelle vendite all’estero del made in Italy, un ritmo ben superiore a quello del Pil nazionale, che dovrebbe fermarsi intorno allo 0,8%. Un risultato che ha sorpreso molti esperti, soprattutto considerando le incertezze legate a dazi e cambi e i rischi geopolitici che hanno pesato sul commercio globale negli ultimi mesi.
Farmaceutica e agrifood spingono l’export
A fare da traino sono ancora la farmaceutica e l’agrifood, due settori che negli ultimi anni hanno conquistato una posizione di rilievo sui mercati esteri. L’Istat segnala una solida crescita delle esportazioni di prodotti alimentari, in particolare verso Germania, Francia e Stati Uniti, con una domanda sempre più forte di vini, pasta e formaggi italiani. La farmaceutica tiene bene grazie all’innovazione tecnologica e alla robustezza della filiera italiana: “Il made in Italy farmaceutico resta molto richiesto per la qualità e l’affidabilità”, ha spiegato Riccardo Neri, analista economico dell’istituto.
Settori in crescita ma con differenze
Non tutto però va a gonfie vele. I dati presentati ieri mattina mostrano segnali di fatica in alcuni comparti. La meccanica registra un rallentamento, colpita dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e dall’aumento dei costi delle materie prime. “Il settore macchinari ha visto una diminuzione degli ordini fuori dall’UE”, ha confermato al termine della presentazione il presidente di Confindustria Meccanica, Luca Rizzo. Dietro ci sono soprattutto i dubbi sui dazi cinesi e le oscillazioni dei cambi che pesano su chi esporta fuori dall’euro.
Nel tessile e nel calzaturiero si nota qualche timido segnale di ripresa, ma siamo ancora lontani dai livelli pre-pandemia. Più stabili le cose nel settore auto: “Alcuni modelli elettrici prodotti in Italia stanno finalmente trovando spazio nel Nord Europa”, ha confidato un dirigente del gruppo FCA a Torino.
Tensioni internazionali pesano sull’export
La tenuta dell’export italiano arriva in un momento difficile. Negli ultimi mesi del 2025, il conflitto tra Russia e Ucraina ha spinto molti clienti europei a cercare alternative per le materie prime; mentre la guerra in Medio Oriente ha complicato il passaggio delle merci attraverso il Canale di Suez – snodo fondamentale per esportare verso Asia e Africa. Secondo l’Istat, circa il 10% delle esportazioni italiane passa ogni anno proprio da lì.
A mettere pressione sulle prospettive future ci sono anche le politiche protezionistiche di alcune economie emergenti, decise a frenare la concorrenza europea su prodotti di qualità. “Siamo preoccupati per le misure adottate da India e Brasile”, ha detto senza giri di parole Alessandra Gatti, rappresentante ICE per il Sud America. Ma la forza delle imprese italiane sta nella loro capacità di adattarsi: puntano su nuovi mercati e alleanze commerciali diverse dal passato.
Il futuro dell’export tra opportunità e incognite
L’Istat mantiene un atteggiamento prudente sulle previsioni. Il +1,6% si basa sui risultati dei primi mesi del 2026 ma tutto può cambiare rapidamente, dipenderà molto da come si evolveranno le crisi geopolitiche. Alcuni imprenditori restano cauti: “Le nostre aziende sono abituate a navigare in acque mosse”, ricorda ancora Neri. In ogni caso è un segnale importante vedere l’export superare la crescita del Pil nazionale.
Il governo segue la situazione da vicino: dal Ministero degli Esteri arrivano voci su nuovi accordi bilaterali con Stati Uniti e Giappone. Nel frattempo nelle aziende di Modena e Padova si lavora anche il sabato – “Dobbiamo consegnare a clienti di Dubai”, racconta al telefono il titolare di una piccola impresa metalmeccanica.
Tra ostacoli logistici e nuove chance, l’export rimane la spina dorsale del sistema produttivo italiano – un punto fermo che, almeno per ora, non sembra scalfito dalle tempeste geopolitiche globali.