Milano, 5 gennaio 2026 – David Bowie avrebbe spento 79 candeline l’8 gennaio prossimo. Eppure, a dispetto del tempo che passa, la sua eredità sembra più viva che mai. Nel pieno di una stagione ricca di anniversari importanti, arriva in Italia il documentario “Bowie: The Final Years”, presentato ieri sera in anteprima all’Anteo di Milano, alle 21. Il film racconta gli ultimi anni di vita del cantante, con materiali inediti, ricordi e testimonianze di chi gli è stato vicino.
Gli ultimi passi di Bowie
“Non era solo un musicista, ma un uomo inquieto, sempre alla ricerca”, ha detto Tony Visconti, storico produttore e voce fondamentale nella carriera dell’artista, collegato da New York. La regia è firmata dal britannico Simon Archer e il racconto copre il periodo dal 2013 al 2016: dal ritorno sulle scene con l’album ‘The Next Day’ fino al commiato di ‘Blackstar’, uscito appena due giorni prima della morte, il 10 gennaio 2016. “Nessuno di noi pensava fosse malato. Sembrava solo concentrato e silenzioso”, ha confidato Gail Ann Dorsey, bassista storica di Bowie, in un passaggio del documentario.
Tra filmati d’archivio e scene dai set dei videoclip spicca una notte di lavoro con Bowie che discute con il regista Johan Renck le ultime riprese di Lazarus. Lo si vede come uomo dietro il mito: capelli arruffati, sguardo vigile ma a tratti perso nel pensiero, a volte persino ironico. “Anche nei momenti peggiori riusciva a farci sorridere”, racconta Renck nell’intervista.
Dallo Ziggy Stardust al Duca Bianco
Il documentario non si limita agli anni finali della sua vita. Ripercorre tutta la sua carriera: dagli esordi nei club londinesi agli alter ego diventati leggendari. Ziggy Stardust nel ’72; il misterioso Duca Bianco degli anni berlinesi; infine la maturità a New York. “Ogni volta che sentiva stretto l’abito che si era cucito addosso, cambiava pelle”, spiega Luca Garrò, storico della musica e consulente italiano del film.
Le canzoni scorrono una dopo l’altra – “Space Oddity”, “Heroes”, “Let’s Dance” – insieme alle immagini dei momenti chiave: il concerto all’Hammersmith Odeon del ’73, le sessioni con Brian Eno, la passerella al Metropolitan Museum nel ’90. Ogni fase restituisce un volto nuovo di Bowie, mai uguale a sé stesso.
Le parole di chi lo conosceva
“Non ci faceva mai sentire inferiori o distanti”, ricorda Carlos Alomar, chitarrista negli anni Settanta. “Aveva una strana abitudine: ogni tanto ti fissava e stava zitto per minuti interi. All’inizio faceva un po’ paura, poi capivi che era il suo modo per ascoltare davvero”. Il documentario ospita anche le testimonianze intense della moglie Iman che racconta i momenti privati a New York: le passeggiate mattutine con la figlia Alexandria nel Central Park e le visite tranquille ai negozi del Village.
Fuori dal cinema ieri sera c’era anche Riccardo, 38 anni: “Bowie lo ascoltavo insieme a mio padre. Non capivo sempre tutto quello che diceva ma la musica mi entrava dentro”. Un dettaglio che torna spesso: Bowie sapeva parlare a generazioni diverse e adattarsi ai tempi senza perdere sé stesso.
L’eredità resta viva
Dai palchi ai musei, dalla moda al cinema: l’impatto di Bowie si vede ancora ovunque. La mostra “David Bowie Is”, passata anche al Mudec di Milano nel 2016, ha attirato quasi centomila visitatori in poche settimane. Nei negozi di vinili milanesi – come quelli in via Tadino o corso Magenta – i suoi dischi sono cercati da ventenni che neanche erano nati quando lui dominava la scena.
“Quello che colpisce”, dice Archer nella sala gremita dell’Anteo, “è quanto sia ancora attuale. Oggi molti artisti – dai trapper ai cantautori pop – lo citano come punto di riferimento”. Eppure nessuno sembra davvero riuscire a seguirne la scia.
Un mito che non tramonta
Sono passati dieci anni dalla scomparsa ma Bowie resta protagonista del dibattito culturale e musicale. Il documentario mostra la fragilità degli ultimi giorni ma anche la forza di chi non ha mai smesso di rinnovarsi. È una storia fatta più di piccole confessioni quotidiane e risate improvvise che di grandi dichiarazioni.
“Abbiamo ancora bisogno della sua voce”, dice sottovoce uno spettatore prima di uscire dalla sala. Una frase raccolta nell’atrio dell’Anteo che riassume perfettamente quanto sia vivo oggi il racconto delle metamorfosi del Duca Bianco.